giovedì, ottobre 24

Le tre e mezza del mattino, una sveglia ed il suo trillo che irrompono nel sogno, sino ad entrarci e a farne parte. Poi un altro a far giungere il sospetto; un braccio si muove, struscia un lembo del lenzuolo e adagia la mano: click!. C’è il silenzio attorno, e ne osservi i residui di luce che filtrano dalla finestra; sarà un lume e una strada, su cui svirgolano auto, anche nella notte, in questa. Dei passi soffici si muovono per la stanza, dove una tuta rossa amaranto attende e incontra delle scarpette affiancate e pronte, se solo i lacci verranno stretti. Muoversi nel buio, già questo è un esercizio di stile, e muoversi tre le linee d’ombra e farne parte senza violarle. Scese le scale, cercate le chiavi, accesso il motore, via! per la città che osserva e che non vuole ritmo, ma svolte ed eteree riprese. Fermo, poi, per ripartire. Due scarpette morbide che pieghi e riprovi e infiocchetti, ben stretti: si deve andare. L’aria è addosso, umida e scura e guida i passi e l’accennato respiro segue lento viale dopo passo. Da una curva si scende, incoronando le ginocchia che svettano poi a ridosso delle mura. Nell’attimo la quiete, o sommesso silenzio, eretto il busto per uno sconnesso oblio; si emerge e si va giù per il solco degli ultimi lapilli. Un monte a manca, mostro solenne, specchiato su quelle acque da cui il giorno intanto emerge. Ci sono quei passi, rigirano la volta e vanno su silenti. E’ l’ultimo giorno, scoperto di notte, per esistere attraverso un velo chiamato vento, specchiato per cui riflesso, udibile, come un ricordo.